JOYCE LUSSU affronta i temi fondamentali della condizione femminile in
chiave storica, con un'angolazione del tutto innovativa.
La donna è qui vista come protagonista della lotta contro le classi
dominanti, e ne viene evidenziato il suo ruolo "dentro la storia", capace di
abbattere gli schemi tradizionali, con il superamento dell'atavico ruolo di
moglie devota, madre esemplare, imposto da sovrastrutture inventate apposta
per lei.
Il femminismo e le sue origini, la sessualità e i rapporti di coppia,
l'atteggiamento delle sinistre nei con fronti delle donne, il lavoro
femminile, sono solo alcuni dei temi presi in considerazione in questo
excursus storico.
Questa edizione, fuori commercio, dei suoi scritti sull'argomento, vuole
essere un omaggio a Joyce Lussu per i suoi indomiti ottanta anni e un
ringraziamento per l'opportunità che ci offre di pubblicare le altre sue
opere nelle nostre collane.
JOYCE LUSSU Padre, padrone padreterno
introduzione
Joyce Lussu Salvadori (nata a Firenze nel 1912) riceve dai genitori,
progressisti e antifascisti, un'educazione libera, rivolta all'impegno
politico e agli interessi sociali.
I giudizi della madre "casalinga obbligata ma indomita e sibillina", che le
parlava dei suoi periodi passati nelle carceri fasciste e al confino come di
epoche di sontuosa libertà dai lavori forzati della vita domestica, hanno
contato molto nella sua vita. In una lettera del 1944 alla figlia scrive:
"... quando sarai arrivata verso la mia età, quando sembra che si abbia piú
tempo, e non si è affaccendati dalla mattina alla sera come quando si è piú
giovani, allora dovresti scrivere la tua autobiografia, e tutte le avventure
di viaggi, di guerra e di politica...".
E Joyce svolge un'intensa e policroma attività letteraria, sempre dominata
dall'impegno politico, ricco di "tensione progressista" e privo di ogni
retorica.
In queste pagine, considerate un`ipotesi di lavoro", Joyce Lussu affronta in
chiave storica, i temi fondamentali della condizione femminile. È questa
un'angolazione di analisi alquanto innovativa: nel mondo occidentale si sono
pubblicati molti libri sulla donna, ma sempre dal punto di vista
sociologico, psicologico o biologico, mai storico.
La donna è qui vista come protagonista della lotta contro -le classi
dominanti, e ne viene evidenziato ed esaltato il suo ruolo "dentro la
storia". Ma dire donna, non basta. Occorre analizzare all'interno del
pianeta donna, la divisione in classi, dove da una parte vi è accumulazione
di rapina e abuso di potere e dall'altra fatica, terrore, ribellioni.
Nel mondo antico vi è infatti una bella differenza tra l'essere una schiava
agricola o un'etera che conversa con Pericle, o in epoca feudale, tra la
moglie di un servo che non possiede nulla, perché tutto, dalla terra al
corpo della moglie sono del suo signore e la castellana che ha in mano
larghe fette di potere economico e politico e attorno alle cui gonne bordate
d'oro si tramandano le epopee cavalleresche.
Un tempo si chiamava "storia" solo quella delle classi dominanti; oggi
questo punto di vista appare inaccettabile. Le masse femminili, per quanto
subalterne, non sono state passive "fuori della storia", ed è di loro in
particola re che trattano queste pagine, in cui si cerca di analizzare qual
è stato e qual è il loro ruolo e di individuare in che modo la donna si pub
riappropriare della sua storia non scritta.
Carla Piccinini
CIVILTÀ
Questo
secolo ha fatto esplodere le contraddizioni nell'uso tradizionale del
termine «civiltà», ancora ambiguo e polivalente. Civiltà per tutti o civiltà
per pochi? Civiltà di chi accumula beni e conoscenza a spese dei lavoratori
manuali, o civiltà che tende alla parità economica e culturale?
Civiltà come potere di minoranze specializzate nell'organizzare la società a
proprio vantaggio, o come crescente capacità per tutti i cittadini di
gestire i problemi che condizionano la loro esistenza, la produzione e la
distribuzione dei beni e le regole del convivere? Civiltà che si riferisce a
un dio con cui non si discute, a leggi «divine» o «naturali», o civiltà
della verifica storica quotidiana? Civiltà basata su astratti principi dei
diritti dell'uomo, o ancora alla concreta possibilità di farne uso? Civiltà
che si regge sull'argomento ultimo dell'aggressione armata o civiltà che
crea i presupposti di un reale rispetto della vita umana? Civiltà che
produce depredando e immiserendo l'ambiente, o che lo rispetta e lo
arricchisce con una produzione equilibrata?
Civiltà degli uomini a spese delle donne, o civiltà degli uomini e delle
donne insieme?
Se guardiamo tutto l'arco della nostra storia, e lo guardiamo dal punto di
vista dei subalterni, degli schiavi e dei proletari, dei colonizzati e della
maggior parte delle donne, condizionati dalla fatica fisica e dal terrore di
autorità incontrollabili, mutilati della possibilità di realizzare la
propria esistenza, derubati dei risultati del loro lavoro, dobbiamo
riconoscere che è una storia, non di civiltà, ma di inciviltà. Se il furto,
il sequestro, il ricatto, l'assassinio sono crimini, le classi dominanti che
li usano largamente nei confronti delle masse non possono essere considerate
meno barbare perché fanno le cose in grande.
La teoria, elaborata dai più raffinati cervelli al servizio dei dominatori,
secondo la quale la politica è una cosa, e la morale un'altra, è
barbaricamente contraddittoria: politica e morale sono espressioni di un
identico problema, che è lo sforzo degli esseri umani di crearsi regole di
convivenza, vivibili e non distruttive.
La frattura tra
le classi è stata sempre soprattutto tra i molti costretti a fornire energia
fisica per la produzione di beni, e i pochi che questi beni si accaparrano
per liberarsi dalla fatica e assicurarsi tempo libero da dedicare alla
codificazione del loro privilegio e all'organizzazione di una forza armata
per difenderlo. Per costruire una situazione tanto svantaggiosa per la
grandissima maggioranza, i privilegiati dovevano concentrare tutto il loro
ingegno sui mezzi per renderla innocua: dalla fatica eccessiva
all'esclusione dall'alfabeto, dalla paura della violenza corporale al
terrorismo psichico di superpoteri sovrumani. Quanto alla metà femminile
delle masse torchiate, dato che oltre a fornire energia per la produzione la
fornivano anche per la riproduzione della specie, il trattamento veniva
aggravato.
Un tempo si chiamava «storia» solo la storia delle classi dominanti; oggi
questo punto di vista appare inaccettabile. Le masse, maschili e femminili,
dei lavoratori manuali, per quanto subalterne, non sono state passive e
«fuori della storia». Che storia ci sarebbe stata, se queste masse non
avessero pazientemente e intelligentemente trasformato la natura in tutto
ciò ch'è necessario alla sopravvivenza e al vivere sempre meglio, dalle
coltivazioni all'ultima manipolazione dei cibi nelle cucine, dalle cave di
pietra dove nascono le case e i palazzi ai telai dove la fibra grezza
diventa sontuoso tessuto? Quanto deve la scienza piú ardita alla pratica
quotidiana del contadino e dell'artigiano, alla loro ingegnosità costante
nell'inventare nuove tecniche e nuovi attrezzi, alle sperimentazioni
secolari delle guaritrici, delle conciaossi, delle erboriste? Quanto delle
espressioni poetiche musicali, pittoriche, architettoniche hanno le loro
radici nella inventiva popolare? E se pure il lavoratore è stato escluso dal
potere di stabilire le regole di convivenza della società, di gestire la
distribuzione dei beni che produce, di sistemare in teorie scientifiche la
sua esperienza, è sulle sue spalle che il mondo si è retto e ha camminato.
L'uomo è uomo (e donna) perché ha delle mani intelligenti, capaci non solo
d'impugnare un bastone come un gorilla, ma di fare di una palude un campo di
grano, una macchina da un metallo inerte. La storia è soprattutto storia di
questa intelligenza, e delle lotte per difendere lo sviluppo pacifico della
produzione dal bastone dei gorilla, anche se ammantati dei prestigiosi panni
di un imperatore, di un condottiero o di un capitano d'industria.
Se contestiamo la qualifica di «civile» alle società dominate da pochi a
spese di una maggioranza rapinata e repressa e riteniamo che la civiltà (di
tutti, uomini e donne) si costruisce con le lotte di sempre piú larghe masse
capaci di decidere sui problemi concreti della,sopravvivenza e della
convivenza, la questione femminile, che coinvolge la metà abbondante degli
esseri umani, appare fondamentale. Liberazione, rivoluzione, non vuol dire
ricominciare tutto da capo.
Vuol dire esaminare il piú rigorosamente possibile i nostri condizionamenti
di oggi, la nostra esistenza presente, per 6 fare delle scelte tra ciò che
va respinto e distrutto, e ciò che va sviluppato e portato avanti. Ma non si
può conoscere la realtà dell'oggi se non si portano alla luce della
coscienza le sue motivazioni e i suoi perché, accumulati nell'aggrovigliato
procedere delle vicende umane. Perciò è necessario fare storia.
Partire da dati biologici e psicologici, generali e permanenti, è un modo
sottile e contorto di riesumare le «leggi naturali» o addirittura il
trascendente, di mettere sullo stesso piano la serva e la padrona. Dire «le
donne» è come dire «i negri», come se all'interno del comune sesso o del
comune colore della pelle non vi fosse divisione in classi, accumulazione di
rapina e abuso di potere da una parte, fatica terrore e ribellioni soffocate
dall'altra. Il fatto che i privilegiati donne o negri subissero il disprezzo
di gruppi privilegiati più attrezzati e efficienti, non rende più
accettabile il loro rapporto coi subalterni.
Anche i dati sociali vanno articolati nelle loro differenziazioni interne.
Dire «gli schiavi» accomunandoli tutti in una condizione analoga è quanto
mai approssimativo: nel mondo antico, c'era una bella differenza tra
l'essere una schiava agricola o un'etera che conversava con Pericle, uno
schiavo incatenato ai remi o un professore di greco nella villa di un
senatore romano; e, nei tempi moderni, tra il facchino curvo sotto le balle
di cotone e il sorvegliante promosso al potere della frusta. Anche tra gli
internati in un campo di sterminio si crea la lotta di classe: c'è chi muore
sotto le botte e chi diventa kapò.
SCHIAVE E MATRONE
I
CODICI LEGALI del
continente europeo sono derivati (un po' meno in Inghilterra e nei paesi
scandinavi) dalle strutture, le categorie fondamentali e il generale metodo
di pensiero del diritto romano.
Parlarne perciò non fa parte dell'archeologia, ma di un'attualità ancora
vigente I romani razionalizzarono e codificarono il principio dell'otium,
ossia del tempo libero che una minoranza si aggiudicava sottraendosi alle
fatiche del lavoro produttivo e organizzando il lavoro degli altri per
trarne i massimi vantaggi: tempo libero che veniva usato per amministrare l'accu-
mulazione e i privilegi, e per aumentare la produzione con le conquiste
militari.
Era la guerra che forniva al sistema produttivo l'energia fisica necessaria
ossia gli schiavi, inizialmente tutti prigionieri di guerra: e popolazioni
assoggettate da cui spremere tasse.
La minoranza dominante dei proprietari-guerrieri si era affermata
lentamente, attraverso lunghi processi di divisione del lavoro che non
avrebbero potuto svilupparsi senza un consenso.
Fare la guerra per difendere il territorio o impossessarsi di quello dei
vicini era certamente l'attività che dava maggior potere, ma era anche
rischiosa e faticosa, e c'era qualche vantaggio nel potersi dedicare ai
lavori agricoli, artigiani e domestici con la stabilità assicurata da chi
correva qua e là esposto alle ferite delle spade e delle frecce.
Tornando dalle sue corse, il guerriero esigeva un premio, con l'orgoglio di
chi ha rischiato la vita per la sopravvivenza della comunità; e le sue
richieste venivano tutte accolte, dato che lui aveva un'arma in mano e gli
altri no Quando era vecchio diventava senatore e legiferava insieme ai suoi
pari, per rendere permanenti, anche per figli e nipoti, le condizioni di
potere già esistenti di fatto Le donne, per motivi su cui si possono fare le
ipotesi più svariate, rimasero escluse dall'attività militare, ossia dalla
massima fonte di potere; ma non dai privilegi della classe dominante.
Le donne dei ricchi fruivano dell'otium ancora più largamente degli uomini,
dato che non si chiedeva loro di organizzare la guerra e le leggi.
Non dovevano più macinare il grano, 8 spremere le olive e l'uva, pulire e
nutrire i bambini, intrecciare le ceste e tessere le stoffe; questi lavori
li facevano le schiave e gli schiavi, e i prodotti che eccedevano le
necessità della casa potevano essere venduti a beneficio della padrona.
E si emanciparono molto presto dalla manus (da qui l'origine del termine)
maritale, ossia dal potere autocratico dell'uomo. La manus era il residuo di
antichissime consuetudini, precedenti il concetto di Stato e di proprietà,
quando per i pastori-cacciatori nomadi o seminomadi impossessarsi di
qualcosa voleva dire acchiapparla con le mani, sia che si trattasse di una
donna o di una pecora, del legname per farsi la casa o dei frutti delle
piante.
Gli originari matrimoni con manus, che comportavano pene crudeli per
l'adulterio femminile o divorzio o ripudio per volontà solo dell'uomo, erano
stati di tre tipi: la confarreatio (mangiare insieme la spelta o farro, il
piú antico cereale coltivato in Italia), cerimonia pubblica e solenne con
presenza di sacerdoti, che si ridusse via via a puro pretesto festaiolo
riservato ai patrizi; la coemptio (compera fatta insieme), con scambio di
doni, residuo arcaico di reciproca compravendita degli sposi; e l'usus,
libera convivenza che dopo un anno lo stato legalizzava, imponendo la manus
dell'uomo alla donna.
Ma già con l'entrata in vigore delle Dodici Tavole (attorno al 450 a.C. ) i
matrimoni con manus erano caduti in disuso, e anche nel piú comune
matrimonio per usus (distinto dal concubinatus soltanto per l'intenzione dei
coniugi di condividere l'intera vita e non solo un periodo passeggero) si
poteva ovviare al successivo intervento della manus con la diffusa usurpatio
trinoctii: ossia bastava che la sposa se ne andasse per tre notti all'anno
dalla casa maritale per non essere piú assoggettata alla manus del coniuge.
Nel matrimonio senza manus, il diritto al divorzio era pari per l'una e per
l'altra parte, e i diritti patrimoniali della donna erano salvaguardati.
Questo coniugium (mettersi insieme il giogo) era frutto della libera volontà
delle due parti, e veniva legalizzato in forme quanto mal elastiche: non era
necessario l'intervento di un magistrato e nemmeno di un funzionario
amministrativo, e bastava che fosse pubblicato; questa pubblicazione poteva
farsi anche soltanto di fronte a un gruppo di parenti e di amici Alla fine
della repubblica era già caduta in disuso da un pezzo anche la tutela
maschile sulla donna nubile e, per quanto l'impero ponesse alcune
restrizioni all'esercizio di diritti come la fideiussione, possiamo dire che
la matrona, ossia la donna libera e possidente dell'antica Roma, era
legalmente piú indipendente e socialmente e sessualmente piú libera delle
donne dei secoli seguenti fino a tempi recentissimi.
Era perciò un'accanita sostenitrice della società schiavistica, che le aveva
consentito alti tenori di vita, successi nelle lotte per la sua
emancipazione e acquisizione di notevoli fette di potere.
Il Conventus Matronarum (Assemblea delle matrone), istituito sotto l'impero,
non si occupava solo di abiti e cerimonie di corte, ma anche della posizione
della donna nei meccanismi del potere economico e politico.
Gli arcaici miti della donna ideale («domo mansit, lanam fecit») e delle
virtú patriottiche delle Lucrezie e delle Cornelie, inventate dai letterati,
apparivano quanto mai ridicoli.
La patria potestas riguardava soprattutto i figli e gli schiavi, che la
legge romana equiparava di fronte all'autorità del padre e padrone
(etimologicamente padre piú grosso).
La privatizzazione dei figli come oggetto prodotto del genitore, che poteva
essere usato, venduto o distrutto come qualsiasi altro bene, si sviluppa
insieme alla proprietà privata come dominium senza limitazioni.
La differenza tra il figlio e lo schiavo era che il figlio, morto il padre,
diventava a sua volta paterfamilias, e probabilmente, dopo tutte le
repressioni subite, cercava una rivalsa su quanti ora gli erano soggetti,
creando cosí una catena di accumulazioni autoritarie; mentre lo schiavo
rimaneva sempre schiavo, a meno che il padrone con atto volontario e
pubblico non gli concedesse l'emancipazione, consentendogli di fruire anche
lui del lavoro dei suoi ex- simili.
Plinio racconta che Cecilio, un liberto (schiavo emancipato) dei tempi di
Augusto, lasciò morendo ai suoi eredi 4.116 schiavi.
Ma anche la patria potestas, pur rimanendo iscritta nelle leggi, subiva nei
fatti adattamenti e modifiche: i romani erano molto pratici e poco portati a
ostinarsi su principi astratti.
Infatti entrava in contraddizione con un sistema che privilegiava il potere
militare e l'esercito, composto di giovani e giovanissimi in piena forma
fisica.
Che patria potestas poteva esercitare l'anziano patrizio o il ricco plebeo
rimasto a casa con i suoi acciacchi sul legionario che tornava dalle guerre
contro Cartagine, magari col grado di ufficiale o con la nomina a
proconsole, e in piú con un bel gruzzolo accumulato dal peculium castrense
(paga militare), di cui poteva disporre a suo piacimento? Serviva invece
moltissimo nel rapporto padrone-servo, e come metodi di educazione per i
minori della classe dominante.
Nel periodo di massima potenza dello Stato romano, dalla vittoria su
Cartagine al terzo secolo d. C., si calcola che i due terzi della
popolazione fossero schiavi.
Per tenere a bada una massa così vasta, costringerla a lavorare e prevenire
le ribellioni (o schiacciarle quando scoppiavano) occorrevano leggi spietate
e illimitata durezza nell'applicarle.
Le discipline disumane cui venivano sottoposti i ragazzi della classe
dominante erano funzionali alla loro formazione di futuri dirigenti capaci
di qualsiasi violenza per assicurare la sottomissione delle masse dei non-
liberi e dei popoli assoggettati.
E non è che le mamme portassero, nelle famiglie dei cavalieri e dei patrizi,
una nota di dolcezza; la patria potestas faceva comodo anche a loro: il
terrorismo contro gli schiavi e la guerra come normale mezzo di
arricchimento erano le colonne portanti del potere e del privilegio di cui
fruivano.
La storia della patria potestas attraverso i secoli fino al nostro, dal 10
punto di vista dei bambini e degli adolescenti che la subivano, non è ancora
stata scritta.
Ma certo era fonte di terribili distorsioni morali e psicologiche
soprattutto per i maschi della classe dirigente, sottoposti a un
addestramento tutto speciale in vista del futuro esercizio del potere.
Dalle discipline paterne a quelle di istituti per soli maschi, dalle antiche
scholae fino ai colleges britannici per élites colonialiste, i caratteri di
questa formazione appaiono abbastanza costanti: lacerazione dei normali
affetti familiari, ai quali i bambini destinati a comandare venivano
strappati in età molto tenera, e adattamento a condizioni durissime di cieca
obbedienza verso i superiori (Kadavergehorsam, obbedienza cadaverica,
dicevano i gesuiti e i prussiani).
Emergendo da cosí gravi frustrazioni affettive e da un cosí rigoroso
allenamento alla rinunzia, i ragazzi avevano accumulato una carica tale di
callosità morale ed emotiva e di bramosia di rivalsa che, una volta giunti
al comando, erano capaci di qualsiasi efferatezza per esercitarlo.
L'immagine femminile in questo tipo di educazione non poteva che essere
negativa; la madre, la moglie rappresentavano desiderio di tenerezza, di
occupazioni pacifiche, ossia mollezza e mancanza di virili incallimenti alla
sofferenza propria e altrui; i maschi non dovevano farsi infiacchire e
corrompere.
Il vero uomo doveva essere impervio alle emozioni, e si commuoveva cosí di
rado che quando capitava, come a Cesare davanti alla testa mozza di Pompeo,
ne parlavano tutti i libri di storia.
Le donne che volevano accedere al potere dovevano dimostrare di essere
«virili» e capaci di patria potestas.
E se all'educazione virile si aggiungeva la possibilità di esercitare la
patria potestas a largo raggio su grandi comunità, il risultato erano
generalmente dei paranoici a sfondo criminale, pericolosissimi per lo
sviluppo civile e per la pace dei popoli.
Tra i lavoratori liberi e non liberi, la famiglia e l'educazione dei figli
avevano funzioni molto diverse.
Le attività dei coltivatori diretti, dei pastori e dei pescatori, degli
artigiani liberi, dei piccoli commercianti coinvolgevano l'intero nucleo
familiare, erodendo le barriere della divisione del lavoro e di conseguenza
dell'autorità interna del paterfamilias.
Gli affetti e la solidarietà venivano coltivati, e costituivano una difesa
contro le pressioni del potere esterno.
L'educazione non era educazione al comando e alle astrazioni intellettuali,
ma al lavoro produttivo, legato alla realtà umana e quotidiana.
Le donne non erano confinate ai lavori domestici, ma partecipavano alla
costruzione del peculio familiare, con una posizione di collaboratrici e non
di serve.
Tra gli schiavi, non esistendo la proprietà privata, non esisteva nemmeno la
famiglia giuridica.
Per le schiave non c'era il matrimonio.
C'era il contubernium, ossia la convivenza di un uomo e una donna tollerata
dal padrone, previo il suo consenso.
Il virtuoso Catone il Censore dava ai suoi schiavi agricoli il permesso al
contubernium dietro un pagamento in monetao in natura che lo schiavo doveva
racimolare tra mille difficoltà, se pure ci riusciva (la legge che non gli
consentiva nessun possesso gli riconosceva però la possibilità di farsi un
gruzzolo personale, peculium, se riusciva a farsi regalare un agnello o un
maialino da crescere, o a vendere un po' di legna di bosco, o a farsi pagare
per qualche servizio straordinario ecc.); e rivendicava la proprietà dei
figli che sarebbero nati dall'unione.
Consigliava anche di vendere i vecchi e le vecchie prima che fossero del
tutto invalidi, per non avere in giro bocche superflue; gli schiavi addetti
ai lavori manuali erano considerati puri fornitori di energia fisica: quando
non ne avevano piú, venivano buttati via come una macchina guasta.
Lo sforzo della classe dominante di equiparare gli schiavi al bestiame aveva
però dei limiti, derivati dal fatto che erano, appunto, degli esseri umani.
Una schiava poteva venire emancipata e diventare cittadina di Roma, una
vacca no; gli schiavi potevano trovarsi delle armi e formare un esercito
come quelli di Euno o di Spartaco, ma i cavalli, per quanto repressi e
sfruttati, non ci sarebbero mai riusciti; tra schiavi e padroni potevano
svilupparsi dei rapporti sessuali e affettivi, e un professore universitario
comprato in Grecia poteva essere molto piú colto del suo padrone romano.
Controllare con la violenza l'immensa massa degli schiavi, sempre piú
complessa e diversificata, diventava via via piú difficile; infatti
Columella, il grande esperto agrario dell'epoca di Augusto, trattando gli
stessi temi di Catone il Censore, dà delle indicazioni molto differenti:
tratta bene gli schiavi, altrimenti non ti lavorano piú, lascia che
accumulino un peculium per i piccoli acquisti, falli sposare gratis, carezza
i bambini e non li portare via ai genitori.
La condizione dello schiavo agricolo era dura, ma ancora molto peggiore era
quella degli addetti alle fatiche piú brutali e monotone.
Sul capo di ogni essere umano non libero pendeva la minaccia di essere
condannato per punizione ad metalla (alle miniere), ad lautumiam (alle cave
di pietra e di marmo), ad pistrinum (alle macine e ai frantoi), ad remum (ai
remi delle navi).
Per far funzionare questi aspetti fondamentali della produzione, con i
livelli di esigenze che si erano sviluppati nella società romana, occorreva
un immenso numero di braccia e ritmi di lavoro massa- cranti.
Non potevano essere che lavori forzati, perché nessuno, con un minimo di
volontà da esprimere, vi si sarebbe sottoposto; ed erano organizzati dai
militari, con le catene e con le sferze.
Ai remi delle navi erano incatenati soltanto gli uomini, ma nelle miniere e
nelle cave, nelle macine e nei frantoi lavoravano anche le donne.
L'impero romano decadde, come tutti gli imperi, per una crisi di manodopera.
La classe dominante non riusciva piú a far lavorare gli schiavi e a
reclutare un esercito che garantisse la repressione interna e la difesa
delle frontiere.
Gli schiavi andavano in montagna a fare i banditi o in mare a fare 12 i
pirati, l'esercito era indebolito dalle massicce diserzioni e ammutinamenti,
e dalla pretesa di paghe esorbitanti.
Era necessario trovare nuovi metodi per indurre lavoratori e soldati a
servire il padrone: da una parte riprendere il discorso di Columella per un
linguaggio piú umano e persuasivo, dall'altra inventare forme di terrorismo
psicologico e metafisico che le religioni dell'impero, col loro pluralismo e
la loro tolleranza, non potevano fornire.
Il cristianesimo si adattava a puntellare l'impero fatiscente col suo dio
unico, proiezione della monarchia assoluta, con l'esaltazione della patria
potestas, con la rassegnazione e l'obbedienza come virtú centrali degli
sfruttati («porgi l'altra guancia» valeva solo per i servi e le donne, in
quanto non era pensabile che lo schiaffeggiato fosse il padre o il padrone),
con la scomunica agli schiavi fuggiti o «infedeli» (se anche riesci a rubare
senza che il padrone ti veda, però Lui ti vede e ti fa bruciare in eterno) e
ai disertori dall'esercito (dà a Cesare quel ch'è di Cesare, ossia rispetta
l'autorità dello Stato); e anche con la sessuofobia, potente strumento di
repressione per le masse femminili.
Fu con le matrone principalmente che se la presero i padri della Chiesa,
imbevuti di ascetica misoginia orientale e odiatori della salute del corpo,
dell'igiene, della ginnastica e dei bagni.
Roma era stata la città delle acque abbondanti, delle fogne ben organizzate,
delle piscine depuratorie, delle terme per tutti, degli abiti pratici e
ariosi.
La guerra, dopo quasi otto secoli, era entrata dentro le mura della città e
aveva distrutto una parte considerevole d'impianti e di monumenti.
Ma c'era anche un fattore ideologico, che faceva apparire poco importante la
riparazione degli acquedotti, delle cloache, delle terme: denudarsi e
lavarsi era per i cristiani peccaminoso; virtuoso invece tenere il corpo
costantemente coperto, magari di stracci immondi pieni di pidocchi.
Persino il battesimo era ridotto a poche gocce d'acqua sulla fronte, e una
brocca d'acqua presa alla fontanella bastava per le abluzioni di una
settimana.
Far voto di non lavarsi affatto per mesi e per anni per ingraziarsi il nuovo
dio era cosa abbastanza comune, e l'odore di santità si prestava a varie
interpretazioni.
Il corpo venne sezionato idealmente in una gerarchia di vergogne, al cui
apice era il sesso.
Ma il sesso maschile, per quanto si consigliasse di farne un uso discreto o
addirittura, per i piú santi, un non-uso, veniva assunto in forma aggravata
come simbolo del potere.
Dio aveva creato l'Uomo, e la donna era semplicemente una sua costola,
tirata fuori in forma umana per onorarlo e servirlo; avendo tralignato, col
mangiare una mela di testa sua, era diventata portatrice perenne di offesa
all'ordine costituito.
Perciò Cristo e gli apostoli non potevano essere che di sesso maschile, e
cosí San Pietro e i suoi vicari.
Essere uomo non era peccato, ma essere donna si.
E ci andarono di mezzo non solo le belle matrone dalle tuniche trasparenti e
dai sontuosi gioielli, ma tutte le donne in quanto tali.
Con particolare accanimento vennero perseguitate le donne colte, che coi
loro studi contribuivano allo sviluppo delle arti e della scienza, come
Ipazia di Alessandria, inventrice dell'astrolabio e della livella ad acqua,
lapidata e fatta a pezzi da una banda di cristiani nel 415.
Sulle donne si riversò un patologico turpiloquio, un attacco frontale mai
visto nella storia: porte dell'inferno, tentazioni diaboliche, ricettacoli
di tutti i vizi, perdizione per tutti gli uomini, strutturalmente immorali,
pericolosamente irrazionali, bisognose di ferree tutele perché portate
naturalmente al malfare.
Questo linguaggio assurdo aveva poca presa sulle masse, soprattutto rurali,
abituate a considerare gli organi della riproduzione come altamente
positivi, degni di rispetto e di poetica venerazione, in quanto simbolo
della continuità della vita.
Per cui continuarono per secoli a essere «pagane», che vuol dire
semplicemente abitanti villaggi e campagne, e il cristianesimo (che si era
maturato nelle sovrappopolate città del Medio Oriente e del Nordafrica, le
cui strutture non reggevano alla pressione demografica: l'ideologia
sessuofobica era una risposta alle eccessive agglomerazioni, che non
trovavano sbocco in nuove forme di produzione) si sviluppò anche in Italia
nei centri urbani, prima puntellando ciò che restava dell'impero romano,
della sua burocrazia e dei suoi latifondi, poi fornendo ai nuovi poteri
romanogermanici, puramente militari, le strutture culturali e
amministrative.
Quella parte delle masse diseredate che aveva recepito della sessuofobia
cristiana, come i donatisti e numerose altre sette, solo l'attacco ai corpi
ben curati, profumati e vezzeggiati dei ricchi, estendendolo a tutta la
classe dominante, venne annientata come eretica dalla Chiesa di Roma alleata
col potere imperiale di Bisanzio.
E il popolo continuò a coltivare segretamente la sua cultura di origine
animistica e comunitaria, antitetica all'accentramento monarchico e alla sua
proiezione sovrannaturale nel dio unico.
VILLANE E CASTELLANE
LA CULTURA CONTADINA che riemerge
alla fine del mondo antico è quella che era rimasta schiacciata dalla
formidabile macchina dello Stato romano, e aveva continuato a esistere solo
nelle zone meno popolate e meno produttive di contadini e pastori liberi.
I romani, sempre pratici, non ritenevano utile impiegare grandi forze
militari e amministrative per occupare pezzi di territorio montagnoso, di
scarsa utilità strategica o comunque poco fertile e poco abitato, che
avrebbero reso pochissimo e creato difficili problemi di controllo; mentre
circoscritti e lasciati a se stessi, diventavano autosufficienti e non
tendevano a espandersi, né a costituire un pericolo per le zone del
latifondo, dei centri urbani, della grande viabilità militare e commerciale.
Dopo il 1860, quando economisti piemontesi e lombardi scesero a fare
indagini sugli ex-Stati pontifici recentemente annessi, si accorsero con
stupore che nell'Appennino centrale prosperavano ancora residui di anti
chissime società comunitarie: «comunanze», «partecipanze», «università»,
«consorzi delle famiglie originarie» ecc.
Solo attorno ai monti Sibillini, nella provincia di Ascoli, c'erano ancora
176 comunanze, con statuti consuetudinari che risalivano a tempi anteriori
al diritto romano e alla proprietà privata.
La terra era suddivisa in bosco, pascolo e campi coltivabili: nel loro bosco
ogni famiglia faceva provvista di combustibile e di legname da costruzione;
il bestiame e il pascolo erano indivisi, e i prodotti del taglio dei boschi
e della falciatura venivano spartiti tra tutti i «comunisti»; ogni famiglia
aveva in uso esclusivo, ma temporaneo, qualche appezzamento coltivabile e
non vi era diritto di eredità; il godimento della comune proprietà era
subordinato al lavoro di ciascuno e proporzionato ai bisogni di ogni
famiglia; l'assemblea di tutti gli adulti, uomini e donne, discuteva le
questioni generali e eleggeva, per un tempo limitato, due «massari».
In queste comunità, rifiugiatesi da millenni in zone povere e impervie per
sfuggire all'avidità dei proprietari, la posizione della donna era di grande
prestigio: non solo partecipava alla produzione e alla distribuzione dei
beni, ma gestiva l'assistenza medica e la mediazione con il sovrannaturale.
Ricostruire la realtà di queste civiltà comunitarie con le quali Roma aveva
dovuto fare i conti, e i cui residui erano sopravvissuti fino all'epoca
industriale, è certamente interessante; ma gli studi sono ancora embrionali.
Chi erano le sibille, citate da Eraclito e da Varrone, non come casi
isolati, ma come titolo dato a un gran numero di donne in tutta l'area
mediterranea? Che significato ha la leggenda dei rapporti tra la sibilla
cumana e il re etrusco di Roma Tarquinio, che si rifiuta di pagare a caro
prezzo le nove tavole legislative che la sibilla gli offre, e alla fine deve
contentarsi di tre sole pagandole con la stessa quantità d'oro? Che tipo di
cultura rappresentavano queste scritture in osco-umbro, contrastanti con la
religione di Stato ma cosí importanti per il consenso popolare da essere
consultate nei momenti di grande emergenza, come dopo le vittorie di
Annibale, quando le sibille ordinarono l'introduzione del culto della Magna
Mater, la Gran Madre frigia, coi suoi riti offensivi per il decorum romano?
Perché la loro tenace persistenza nella memoria popolare obbliga anche il
cristianesimo a riconoscerle, equiparandole ai profeti dell'Antico
Testamento (dies irae, dies illa - teste David cum Sibyla? Perché il vescovo
Firmiano Lattanzio, padre della Chiesa, confessore dell'imperatore
Costantino e ispiratore del Concilio di Nicea, cita nelle sue Divinae
Institutiones i libri sibillini come fonte di saggezza e di preveggenza?
Come si configurano durante il medioevo e l'età moderna, sotto il nome di
streghe (strynx, civetta, simbolo della saggezza; inglese witch e tedesco
hetze da wit, sapere; francese sorcière da sort, destino umano) o ancora col
nome di sibille (a Giovanna d'Arco è attribuita una madrina Sibilla, e a una
`sibilla la paragona il vescovo di Embrun; l'antica sede della sibilla
cimmerica, nell'Appennino umbro-marchigiano, continua a essere magica mèta
di italiani e stranieri, dai cavalieri germanici a Cecco d'Ascoli, da
Antoine die la Sale, inviato dalla duchessa di Borbone, a Benvenuto Cellini;
il cardinal Farnese, futuro Paolo III, ascolta a Visso le predizioni della
sibilla Angeruta, che si rivelano esatte)? Che cosa nasconde l'accanimento
delle pandette di Giustiniano, degli editti di Rotari e di Liutprando, dei
capitolati di Carlomagno contro le guaritrici e le erboriste definite maghe
e incantatrici? Che ruolo avevano queste donne nella celebre scuola medica
di Salerno e nelle corporazioni di medici e chirurghi nei secoli seguenti?
Come gestivano la rete di assistenza sanitaria alle masse dei lavoratori
sovraffaticati e sottoalimentati, esclusi dalla medicina ufficiale per i
ricchi e incitati dal potere ecclesiastico a considerare la malattia come
punizione divina dei peccati, da sopportare passivamente? La gran confusione
di poteri che segue lo sfacelo dello Stato romano crea degli spazi di
autonomia e d'iniziativa per gli schiavi, i contadini, gli artigiani, le
donne.
Le bande di contadini e pastori germanici che arrivano in Italia con tutto
il loro armamentario domestico e i loro rapporti interni ancora in parte
comunitari, erano bande di poveri, sospinti dalla necessità di trovare cibo
per sé e per gli animali da cui dipendeva la loro sussistenza; e apparivano
all'angariato lavoratore italiano (che era già un misto delle etnie piú
diverse, in quanto gli schiavi erano stati importati dalle piú varie parti)
assai piú affini e vicini che non il proprietario schiavista o l'esattore
imperiale, semidei che circolavano a cavallo o in lettiga circondati da
rutilanti armati e da aguzzini con le fruste; di fronte a loro il povero non
poteva che prosternarsi con la fronte fino a terra, tremando per la propria
sopravvivenza.
Ma quando gli stranieri biondi, mal coperti di pelli e di rozzi tessuti, le
barbe e i capelli incolti, si fermavano la sera con le donne, i loro
bambini, le loro bestie e accendevano i fuochi per la notte, i pastori e i
contadini del luogo si avvicinavano e si riconoscevano in una sorte non
dissimile.
Tanto piú che i germanici, pur distinguendo assai bene i ricchi e i poveri,
non riuscivano a vedere la differenza tra un liberto e uno schiavo, e lo
trattavano di conseguenza, bene o male, come qualsiasi altra persona.
Soltanto i capi-cercavano di adeguarsi alla mentalità e al costume della
classe dirigente romana, e ci riuscirono anche troppo bene.
I monasteri benedettini che cominciano a costellare le campagne nel sesto
secolo non sono centri di contemplazione ascetica né di missionari dediti
all'evangelizzazione, ma aziende agricole di tipo nuovo, ideati dall'a
ristocratico romano piú colto e moderno di quel secolo, Benedetto da Norcia,
preoccupato per lo sfacelo economico e produttivo del suo paese.
La sua regola non ha nulla di mistico e di escatologico, ma si basa sul buon
senso, mette in primo piano il lavoro produttivo e non nega ai monaci una
buona dormita e un bicchiere di vino; molti monaci e abati sono regolar-
mente sposati e hanno figli legittimi (la figura della «pretessa» e della
badessa come moglie dell'abate sono comuni nella favolistica popolare); solo
piú tardi, con le riforme di Gregorio VII e i concili laterani del XVII
secolo, la Chiesa darà indicazioni sul celibato, che diventeranno perentorie
col concilio di Trento.
I monaci delle cortes agricole, contadini essi stessi, sono molto piú vicini
alla cultura contadina che non al cristianesimo urbano e castellano, sempre
tendente all'accentramento del potere nella monarchia assoluta; il mito
romano del divo Augusto, dell'imperatore divinizzato, continua nel papato,
rappresentanza autorizzata del dio unico, e nell'impero germanico, che si
aggiudica la grazia divina.
La cultura contadina è invece legata a un'appropriazione concreta e non
astratta del territorio, agli sforzi ingegnosi e diretti per renderlo
produttivo, alla convivenza pacifica che rende questi sforzi possibili.
I suoi interessi non possono mai coincidere con la guerra di conquista, con
l'alienazione del produttore da ciò che produce, col disprezzo per la donna
e per la fertilità del sesso.
La divisione astratta e intellettualistica tra principio del bene e
principio del male, tra Dio e Diavolo, è estranea all'animismo rurale,
popolato di simboli poetici di attività quotidiane, di genii e di dèmoni
umanizzati e dialettici, che sono nel tempo stesso buoni e cattivi, positivi
e negativi come tutte le cose della vita, come i sessi che si uniscono e si
dividono per dar luogo a nuove nascite e a nuove morti.
La morte non è fonte di speculazioni angosciose e di allucinazioni
disperate, come per i privilegiati, ossessionati dalla rabbia di constatare
almeno in un'occasione l'impotenza del loro potere e di dover morire come
l'ultimo dei poveracci; ma fa parte del ciclo normale dell'esistenza, del
fluire delle stagioni, del viaggio dal seme al frutto e dal frutto al seme.
Negli ultimi secoli del primo millennio riemergono nelle campagne nuovi
strati di lavoratori liberi, o semiliberi, che ottengono l'uso della terra,
con nuovi tipi di contratti, dai poteri che si accavallano, si contrastano e
spesso si annullano a vicenda; e rimettono in comune il godimento dei boschi
e dei pascoli.
I progressi tecnici che caratterizzano quell'epoca tutt'altro che buia sono
il frutto delle attente e intelligenti sperimentazioni dei lavoratori
manuali: dalla rotazione delle colture di grano e di maggese
all'introduzione del telaio orizzontale a pedali al posto di quello
verticale, dall'uso dell'energia idraulica per i mulini, le seghe, le
irrigazioni a quello del collare per i cavalli al posto della carrucola a
quello del timone di poppa anziché laterale per i natanti, del filatoio che
rendeva cinque volte di piú della vecchia conocchia e del vecchio fuso alle
migliorate condizioni igieniche che fanno diminuire le epidemie e la
mortalità infantile.
Che parte avevano le donne, all'interno dei nuclei familiari tutti impegnati
nel lavoro produttivo, in questa inventiva e in queste trasformazioni? È
difficile documentarlo.
Si può però osservare che nelle società dove la donna era chiusa in casa e
non partecipava ai lavori agricoli, o solo come manovalanza schiavizzata,
come nei califfati dell'Africa del Nord e nel Medio Oriente bizantino,
l'agricoltura va a rotoli, e i granai dell'antica Roma diventano deserto.
Mentre dove si rafforza l'azienda familiare, col lavoro di tutti i membri
della famiglia, si avviano bonifiche.
Si può anche fare un raffronto tra l'India, dove l'agricoltura è compito
degli uomini, e la Cina, dove la donna ha sempre partecipato al lavoro
agricolo.
Via via che il potere militare e quello ecclesiastico si rafforzano e si
organizzano nelle forme feudali, il mondo contadino e la sua cultura vengono
privati di spazi autonomi e respinti a condizioni di servitú, e con essi le
donne.
Si espande e s'impone ovunque il diritto canonico, che istituzionalizza il
dominio del maschio, peggiorando il diritto romano col barbaro
patriarcalismo del Vecchio Testamento e con gli aspetti piú retrivi dei
codici germanici.
Si appropria del matrimonio, che per molti secoli era stato un contratto
civile, e lo definisce sacramento, perciò indissolubile; il divorzio è
abolito e s'inaspriscono le leggi patrimoniali, oltre che morali e civili.
La donna è nata per servire l'uomo e la monogamia vale solo per lei, in
quanto il corpo della donna è proprietà dell'uomo, ma il corpo dell'uomo non
è proprietà della donna; l'adulterio della donna è un furto, quello
dell'uomo no; l'adulterio femminile e il parricidio sono considerati i
crimini piú gravi, da punire con le pene piú atroci, come aggressioni
sovversive ai sacri fondamenti del potere, la proprietà privata e il
patriarcato.
Padre padrone padreterno.
L'operazione procede con difficoltà, scontrandosi con le resistenze della
cultura popolare, ed è definita solo col concilio Trento.
L'omosessualità, che nel mondo antico era considerata un aspetto legittimo
dell'attività sessuale, senza nessuna implicazione delittuosa, di- venta per
il diritto canonico un crimine orrendo.
In pratica, si esercita molto piú di prima, perché si erigono barriere mai
viste in precedenza tra la parte maschile e la parte femminile della
società, e si frappongono tali e tanti ostacoli al rapporto eterosessuale
che anche chi lo preferirebbe è costretto a ripiegare sull'omosessualità o
la masturbazione.
Il sesso non dev'essere gioiosa e sincera espressione di vita, ma vergogna e
menzogna, da usare nel massimo segreto e il meno possibile, solo per
l'inevitabile continuità della specie.
Viene condannato in maniera così drastica, che il conflitto tra le esigenze
naturali e l'impossibilità di realizzarle diventa fonte permanente e
generalizzata di spaventosi terrori, deviazioni e follie.
Contro il mondo del lavoro i centri del potere militare e canonico
esercitano una repressione senza sfumature, senza quei tentativi di dialogo
che avevano caratterizzato l'ultimo scorcio dell'impero romano, col passag
gio dalla condizione di schiavo a quella di colonus adscripticius, e il
primo impianto delle abbazie benedettine coi loro contratti a livello o a
enfiteusi.
L'ultimo capitolare del vecchio Carlomagno, nell'810, è una prolissa e
spaventata omelia contro il vulgaris populus accusato di tutti i delitti: il
povero, in sostanza, è comunque un criminale in potenza.
Si scava una frattura sempre piú profonda tra il villaggio e il castello,
tra la campagna e il centro urbano: villano, rustico, pagano, contrapposto a
cristiano, urbano, cortese.
Il mito del sangue ideologizza la divisione in classi: il sangue dei nobili
non è uguale a quello dei non-nobili; la grazia divina investe anche
deficienti e paranoici, purché forniti di sangue blu, del sacro diritto di
comandare.
La questione del sangue e del non-sangue, dei legittimi e degli illegittimi
diventa per secoli la base di tutti gli intrighi del mondo dei signori.
E la fedeltà della donna all'uomo, come quella del vassallo al suo signore,
viene esaltata come virtú preminente.
Per i subalterni, i principi di fedeltà e di adulterio vengono adattati alle
concezioni feudali.
Il servo della gleba non possiede nulla: la terra che lavora è del suo
signore, e anche il corpo di sua moglie è del suo signore.
Le mogli dei servi che vanno nel letto del feudatario non vengono perseguite
per adulterio, e i mariti vengono incoraggiati ad ammaestrare mogli e figlie
alla piú completa sottomissione.
Le dame dei castelli non si offendono per queste escursioni sessuali dei
loro uomini nel mondo ancillare e contadino; anzi inventano il mito della
virilità come capacità di un gran numero di coiti con un gran numero di
donne.
L'uomo fedele alla moglie, come il ragazzo vergine, è una figura ridicola:
l'uomo è cacciatore, piú piume mette al suo cappello piú è bravo; la donna
onesta è una fortezza, piú fortezze si espugnano piú si può ambire al titolo
di generale; se non si ha voglia di far la fatica di espugnare, si va a
puttane, il che è meno pregiato, ma sempre molto virile.
Per sé, la dama feudale inventa l'amore cortese, che le consente di avere a
portata di mano paggi, menestrelli e cavalieri erranti, e di avviarli
eventualmente, ma con molta delicatezza e molte canzoni, verso la camera da
letto; naturalmente consultandosi con le mulieres, le mammane, espertissime
in aborti e decotti, sul come evitare le gravidanze; la procreazione spetta
al marito legittimo, per la trasmissione del sangue blu.
Nell'assetto feudale, la donna della classe dominante ha in mano larghe
fette di potere economico e politico.
Gli uomini sono continuamente impegnati in operazioni guerresche e spesso
non sanno fare altro; il frutto delle rapine e l'accumulazione delle scorte
nei sotterranei dei castelli viene generalmente gestita dalle donne, sono
loro che ricevono i mercanti e scambiano le merci.
Il sangue blu è egualmente pregiato se scorre nelle vene di un uomo o di una
donna, per cui non vengono escluse dal potere politico, e in molti casi
giungono al vertice della sovranità, come Amalasunta o Ageltrude, Matilde di
Canossa o Eleonora d'Arborea.
Alle badesse e alle direttrici di ordini monacali vengono attribuiti terre e
mulini, castelli e servi della gleba, diritti di esazione e di
amministrazione della giustizia; e qualche volta danno consigli a papi e
imperatori. Di fronte a donne nobili e potenti, il potere ecclesiastico
dimenticava gli anatemi sessuofobici e fallocratici con cui terrorizzava le
donne fornite di comune sangue rosso.
Il diritto canonico era buono per tenere a bada i subalterni.
Le castellane fruivano ampiamente dei privilegi della loro classe e
tendevano a consolidarli: è attorno alle loro gonne bordate d'oro che
s'inventano e si tramandano le epopee cavalleresche, il mito della violenza
e della spada come sola occupazione degna di chi è nato bene, il brutale
disprezzo verso chi è nato male e deve lavorare per tutti.
STREGHE E MERCANTESSE
IL SORGERE DEI COMUNI e il maturarsi
dei loro istituti consente rapidi sviluppi alle categorie degli artigiani,
dei mercanti, degli usurai che si chiameranno banchieri; ma aggrava la
soggezione del contado e delle donne.
I coltivatori liberi o a contratto, assoggettati alle oligarchie cittadine,
perdono via via i vantaggi conquistati durante i secoli precedenti, e i
servi della gleba vengono affrancati solo nominalmente, senza riuscire a
recidere i legami di subordinazione verso i padroni antichi e nuovi.
In piú sono ora sorvegliati da una comunità che chiede nuove tasse e nuovi
servizi, aggiunti a quelli tradizionali.
Per ciò che riguarda le donne, il diritto canonico viene applicato in
maniera piú efficiente e generale: non solo la donna non può far parte dei
Consigli e dell'amministrazione, ma nemmeno delle associazioni, corporazioni
o ghilde di artigiani o professionisti.
Le tessitrici, le merlettaie, le sarte, le pagliarole e cestare, le
erboriste e farmaciste, le pescivendole e le ortolane che vendono
direttamente la verdura, le barbiere equiparate alle prostitute ecc. non
possono pretendere a nessuna protezione giuridica, come il grandissimo
stuolo delle domestiche e delle serve.
Anche le numerose medichesse che hanno ottenuto dalle università di Salerno,
Napoli o Bologna la lettera-patente di abilitazione per le malattie interne,
e le ancora piú numerose chirurghe che hanno superato l'esame di chirurgia e
fatto pratica negli ospedali, non possono iscriversi all'"arte" dei
medici-chirurghi e, per quanto molto ricercate e spesso piú brave dei loro
colleghi maschi, sono giuridicamente prive di autonomia e equiparate alle
infermiere.
La donna non ha nessuna indipendenza patrimoniale: la sua dote viene
amministrata dal marito, e non può accampare pretese alla eredità paterna se
vi sono dei fratelli; se non ci sono, si fanno avanti altri congiunti maschi
a reclamarla.
Nell'assetto feudale, una donna poteva anche diventare sovrana ed esercitare
il potere politico; nell'assetto comunale, è impossibile che diventi podestà
o capitano del popolo.
Il turpiloquio cristiano contro la femmina si generalizza, e la donna
normale è bersaglio di sarcasmi e di offese da parte di tutto il sistema di
valori culturali; per colpirla meglio, le si contrappone una donna
impossibile, vergine angelicata o platonica ispiratrice di poeti.
Se è madre, sarà serva non solo di suo marito, ma anche del figlio neonato
purché, come Gesú sia fornito di coglioni.
L'ipotesi che lo spirito santo avrebbe potuto ingravidare la madonna di una
femmina non si pone nemmeno.
Anche l'atteggiamento del vangelo verso l'adultera e la prostituta,
d'altronde tutto teorico e contraddetto dalle leggi, è puramente
paternalistico, e rientra in quel concetto di carità e di beneficenza che
presuppone una divisione permanente tra ricchi e poveri, tra potenti e
sfruttati, tra chi può elargire (se ne ha voglia: se non lo fa non succede
niente) e chi è costretto ad accettare l'elemosina con gratitudine servile.
Nel XIV secolo la crescita delle città, dove si accumulano ricchezze immense
attingendo alle riserve agricole e succhiando il sangue alle campagne,
comincia a far sentire i suoi effetti sul mondo contadino.
Il moto dei grandi dissodamenti e del recupero delle terre incolte, lo
sviluppo delle forze produttive agricole grazie agli spazi di autonomia che
avevano conquistato nell'alto medioevo, gl'insediamenti rurali
s'impoveriscono o vengono abbandonati, sopravvengono le grandi carestie e le
grandi pestilenze.
La prima ondata di "morte nera", dal 1348 al 1351, distrugge, secondo i
calcoli piú accurati, almeno un terzo della popolazione nell'Europa
occidentale; ci vorranno due secoli per raggiungere gli stessi livelli
demografici.
La decadenza dell'agricoltura e le calamità che ne conseguono creano
all'interno delle società europee vasti strati di emarginati e di vagabondi,
senz'arte né parte, senza lavoro né casa, braccati e affamati, uomini e
donne che rischiano la vita per rubacchiare un grappolo d'uva o una manciata
di grano al contadino, ma che si legheranno ai contadini nei loro movimenti
insurrezionali.
Dalle "jacqueries" francesi iniziate nel 1356 alla grande guerra contadina
della prima metà del '500, che dalla Germania scende in tutto il Veneto, da
Fra Dolcino in Piemonte alle rivolte del contado dell'Italia centrale nel
'400 alle sommosse della Puglia e del napoletano, il mondo contadino tenta
di uscire dalle intollerabili strettoie di un sistema che lo sfrutta
all'ultimo sangue, e viene ferocemente represso dagli Stati impegnati in
interminabili guerre di devastazione, da quella dei Cento anni a quella dei
Trent'anni.
È in questo quadro che comincia la caccia alle streghe.
Chi erano in realtà queste donne che oggi ci parlano soltanto attraverso gli
atti dei processi montati con la tortura e con la frode, distorti dal raptus
maniacale dei magistrati e degli aguzzini? Quali forze sociali e culturali
intendeva annientare la classe dominante cristiana con questa efferata
persecuzione, dalla strage ordinata da Giovanni XXII contro le incantatrici
e i negromanti della Sibilla appenninica, al Malleus Maleficarum (maglio per
le streghe) 22 d'Innocenzo VIII, dal rogo di Giovanna d'Arco agli ultimi
roghi di streghe nei paesi anglosassoni, quando già fiorisce l'epoca
industriale? Che nessi vi sono tra il fenomeno delle streghe e le guerre
contadine, tra la caccia alle streghe e il colonialismo razzista e
schiavista dopo la "scoperta" di altri continenti? In che modo la Compagnia
di Gesú, dopo il concilio di Trento, lancia la campagna di
"evangelizzazione" delle masse rurali, constatando che in buona parte sono
rimaste completamente estranee al cristianesimo, e che il tempio mitreo di
Sutri o quello di Saturno in Valcamonica non hanno mai cessato di
funzionare? La ricerca di un capro espiatorio è una componente costante del
potere di una minoranza sfruttatrice per deviare l'attenzione delle masse
dai responsabili delle sue sciagure, e indirizzarla su falsi scopi.
In un'Europa dove oramai si era affermata la cultura cristiana (salvo che
nel mondo rurale analfabeta e socialmente emarginato) e dove perciò la
misoginia e il piú barbaro patriarcalismo erano diventati morale corrente,
tutto puntava a riversare sulla donna il ruolo espiatorio.
Teoricamente avrebbe dovuto essere il diavolo; ma il diavolo non si vede e
non si afferra, e occorreva una sua proiezione umana da castigare
esemplarmente sotto gli occhi delle folle.
Le depositarie dell'antica cultura comunitaria, dei culti rurali della
fertilità e della riproduzione, le guaritrici e le ricercatrici di erbe
medicinali e di droghe che aiutavano i contadini a sopravvivere, le veggenti
e le mediatrici col sovrannaturale animistico, si prestavano benissimo allo
scopo, purché si bollassero come eretiche e si accusassero di commercio col
diavolo.
Il diavolo, con la cultura contadina, non ci entrava per nulla; era un
concetto metafisico e scolastico, elaborato dai dottori della chiesa dopo
l'undicesimo secolo.
Ma non era difficile, con tratti di corda e ferri roventi nelle carni, far
dire a qualsiasi donna, magari trascinata li in perfetta malafede, che nelle
notti del sabba aveva placato la sua inestinguibile lussuria femminile con
coiti diabolici.
Nei verbali degli interrogatori, condotti con largo uso di tortura, la frase
piú frequente è questa: "Dirò tutto quello che volete, ma sospendete il
tormento".
La classe dominante non ammetteva concorrenza in quella che era una delle
chiavi di volta del suo potere: la mediazione con invisibili superpoteri, la
gestione della divinità.
Peggio ancora quando questa concorrenza prove niva da donne, la cui
subordinazione all'uomo era un altro pilastro dell'autorità.
Le "streghe" non erano casalinghe obbedienti e devote, e godevano negli
strati popolari di un prestigio superiore a quello dei rappresentanti della
religione ufficiale: anche gli uomini si recavano da loro col cappello in
mano, a chiedere cure e medicamenti, consigli e lumi di saggezza.
L'uomo vecchio era raramente considerato un saggio, un consigliere della
comunità; era semplicemente uno che non era piú capace di reggere lo spadone
o la zappa, e la sua debolezza muscolare lo deprezzava e gli toglieva ogni
autorità.
Ma la donna vecchia era spesso guardata come una custode dell'esperienza e
della saggezza, e rispettata per ciò che aveva accumulato nella mente,
indipendentemente dalla sua decadenza fisica.
Era anche la consulente delle donne giovani per tutto ciò che riguardava le
interruzioni di gravidanze o i filtri di fertilità: con questo minacciava da
vicino la zona della procreazione, sulla quale la classe dominante intendeva
conservare pieno controllo in quanto legata alla richiesta di una manodopera
sovrabbondante e perciò piú disponibile per lo sfruttamento.
Oltretutto i sabba, riunioni segrete in luoghi difficilmente accessibili,
diventano poli di attrazione per i ribelli e i contestatori; le prime
congiure (cum jurare, giurare insieme) di contadini nel Trecento (come le
Leghe del Falco e dell'Elefante nel Trentino) si organizzano durante i
sabba.
Se i congiurati venivano scoperti, la pena minima era il taglio della mano
destra, che avevano alzato all'atto del giuramento, e della lingua, che
aveva pronunziato il patto di congiura.
Qualche volta a queste leghe partecipava anche il basso clero delle zone
rurali, come gli otto preti fatti giustiziare tutti in una volta dal vescovo
di Trento Bernardo Clesio, nel 1525, durante la guerra contadina.
La resistenza delle donne del popolo all'annientamento della loro cultura e
di quanto restava della loro autonomia e della loro dignità fu cosí tenace,
che ci vollero secoli per estirparla.
Dal XIV al XVIII secolo, nei vari paesi cristiani, centinaia di migliaia di
"streghe" furono bruciate sui roghi.
Ma quante altre, di cui la storia non ci racconta, furono ridotte a
condizioni subumane di terrore, di frustrazione, di lavori forzati? E quante
ancora, che dovremmo conoscere meglio ci hanno lanciato un messaggio di
lucido coraggio e di rifiuto della sconfitta, come la contadina modenese
Domenica Barbarelli, che dopo aver confessato di essersi recata la notte al
"gioco di Diana", piscia sul crocifisso che le hanno teso i santi
inquisitori, esclamando che preferisce el suo, il suo demone, che non è
quello del boia e del suo padrone, pur sapendo che questo la porterà
inevitabilmente al rogo? La caccia alle streghe è un attacco frontale contro
le residue autonomie che alimentavano le ribellioni del mondo contadino.
Nei paesi cattolici, basati sull'economia agricola, si risolve con la nuova
politica di massa della chiesa, l'"evangelizzazione" delle campagne.
Nei paesi protestanti, avviati ad una intensa industrializzazione grazie
allo sfruttamento coloniale delle "razze" subalterne, dura piú a lungo: per
trasformare i contadini della metropoli in proletariato industriale è
necessario sradicare le sue tradizioni, la sua cultura autoctona, riportare
la donna alla schiavitú della manovalanza bruta, che fornirà manodopera a
buon mercato per i nuovi impianti industriali.
L'attacco alle donne è anche l'offerta di una compensazione al lavoratore
sfruttato e oppresso, per legarselo rivalutando la sua maschilità e dandogli
una vittima sulla quale riversare le sue frustrazioni, un capro 24
espiatorio a titolo personale.
"Sia benedetto l'Altissimo, è scritto nel Malleus Maleficarum, che ha voluto
risparmiare il sesso maschile da un delitto cosí orrendo", ossia l'essere
strega.
In Italia la politica di massa della Chiesa si sviluppa dopo il concilio di
Trento.
Il potere teocratico, con l'affermarsi della scienza che indaga sulle leggi
della materia e dell'energia, si trova di fronte un nemico assai piú
pericoloso delle eresie.
L'eresia rimaneva sempre all'interno del sistema teocratico, accettava i
principi della trascendenza e della rivelazione, e cercava tutt'al piú di
tirare dalla parte dei poveri un dio inventato per i ricchi: operazione
destinata al fallimento.
La scienza invece è antitetica ai principi stessi della teocrazia, e ne
corrode i fondamenti; tanto piú che si sviluppa all'interno della classe
dominante, dividendola in due tronconi antagonistici e rischiando di
indebolirne il potere.
Bisogna correre ai ripari, e assicurarsi una riserva di forze conservatrici
negli strati sociali fino allora emarginati e tenuti a bada con la semplice
brutalità della repressione; per costruire un consenso, è necessaria anche
l'azione persuasiva, l'integrazione nella cultura del potere.
La maggioranza della popolazione risiede ancora nelle campagne e, nonostante
la secolare presenza di pievi, abbazie e monasteri, è scarsamente
cristianizzata, probabilmente perché gli stessi monaci e preti rurali erano
piú vicini all'antica cultura contadina che non alle Sacre Scritture.
La Compagnia di Gesú organizza delle squadre di missionari che vanno a
propagare la fede tra i contadini e i pastori, e soprattutto tra le loro
donne.
In un rapporto del 1651, dopo aver evangelizzato una zona nemmeno molto
remota attorno a Eboli, Scipione Paolucci, servus Jesus, racconta: "Eranvi
nella campagna di Evoli da cinquecento guardiani d'armenti divisi in varie
ville e poderi di quel contado...
Domandati quanti Dei ci fossero, chi rispondeva cento, chi mille, chi altro
numero maggiore, stimandosi piú saccente quanto piú ne cresceva il conto...
Richiesti, che cosa mai pensavano che fosse Iddio, con nettie
stravagantissime altri dicevano essere il papa, altri il lor padrone, altri
quei stessi padri che gl'istruivano...".
Le tecniche di recupero e di predicazione son varie: "... hora con poche ma
efficaci parole, quasi fulmini dal cielo, hora con vehementi schiamazzi e
spaventose grida, quanto piú importune e fuor d'hora, tanto piú a tempo
giovevoli per ispaventare gli uccellacci dello Inferno; hora con sermoncini
proportionati al bisogno nelle piazze piú habitate... si rinfaccia a'
peccatori la miseria del loro stato, si minacciano vicini i gastighi etc.
etc." Avendo recepito soprattutto l'ultimo concetto, esposto da "padri" che
avevano alle spalle il re di Napoli e tutti i suoi sbirri, le famiglie dei
mandriani "riconosciuto il loro obbligo s'invitarono da se stessi a far
delle penitenze per soddisfattione de peccati commessi... si battevano con
gli staffili da bovi o colle spine affasciate delle siepi; si davano delle
gagliarde guanciate o pure con sassi si percotevano il petto alla peggio...
e con rustici ma cordiali presentucci testificarono il loro affetto".
(Carlo Ginzburg, "Folklore, magia, religione").
In Italia vinsero i gesuiti, col bastone e la carota.
Dopo l'ondata terroristica si lavora a consolidare il consenso: si
recuperano gli antichi culti animistici con la pluralità dei santi, ciascuno
addetto ai fenomeni e alle attività quotidiane con caratteristiche
protettive; s'insiste su Maria madre molto piú che su Maria vergine, dando
origine al "mammismo" tipicamente italiano, e si creano le piú svariate
immagini della madonna con culti separati; si dà corda al campanilismo,
anch'esso tipicamente italiano, mettendo in gara i santi patroni dei vari
comuni; si rende attraente la propaganda con la sapiente regia delle
cerimonie e la sontuosità carnevalesca delle processioni, con la
spettacolarità delle chiese barocche, con le immagini zuccherose e sensuali
di Cristo e delle sante che vengono appese su tutti i letti, con i calendari
e gli almanacchi illustrati che mescolano abilmente religione e agricoltura
e sono per i contadini la prima forma di cultura scritta; vengono potenziate
le forme piú primitive di superstizione, come gli esorcismi per
gl'"indemoniati", le "rogazioni" contro la siccità o la grandine, i processi
ai sorci, alle locuste o ai bruchi con tutto l'apparato giudiziario
ufficiale, dal magistrato al boia.
Cosí manipolati, i contadini e soprattutto le loro donne forniranno una
barriera difensiva per i poteri piú retrivi legati alla teocrazia, dal
feudalesimo tardivo del '600 e '700 alle mobilitazioni sanfediste, ai voti
per la Democrazia cristiana.
La caccia alle streghe, nonostante la sua carica antifemminile, ha trovato
fin dall'inizio l'appoggio e l'approvazione non solo delle dame
dell'aristocrazia ora urbanizzata nelle corti, ma soprattutto del ceto emer
gente delle mercantesse e delle mogli dei banchieri.
La figura della mercantessa, che conta i soldi col marito e dirige l'azienda
durante le sue assenze, comincia ad affiorare durante l'epoca comunale.
Il mercante deve viaggiare molto; diffida dei suoi dipendenti e anche dei
suoi soci; spesso anche dei figli che potrebbero soppiantarlo.
La sola persona i cui interessi economici coincidano perfettamente con i
suoi, date le leggi sul patrimonio, è la moglie; soltanto di lei si pub
fidare fino in fondo, ed è perciò necessario che impari a far di conto, a
sorvegliare i dipendenti, a trattare gli affari quotidiani.
Se rimane vedova, spesso la sua competenza s'impone agli eredi, e l'azienda
rimane sotto la sua direzione.
Nei paesi dove si afferma la riforma protestante, le donne della nuova
borghesia del denaro, liberate dalle strettorie del diritto canonico,
riconquistano il diritto al divorzio e a una maggiore autonomia
patrimoniale; e se pure una donna nubile non può entrare a far parte delle
ghilde e corporazioni, alla moglie di un iscritto vengono estesi i diritti e
i privilegi del marito.
Nell'Inghilterra del '600 e del primo '700, fino all'invenzione del telaio
26 meccanico, la produzione tessile è ancora gestita dalle donne, che curano
anche le vendite al dettaglio; e si citano molte donne che posseggono negozi
di abbigliamento o cartolerie o librerie, che fanno le usuraie o dirigono un
monte-pegni, o che addirittura sono armatori (armatrici?) di navi in proprio
o fornitrici di uniformi per l'esercito e la marina.
Le donne della borghesia mercantile e manifatturiera, che dimostrano
notevoli capacità nel maneggio del denaro, hanno un profondo disprezzo per
il mondo contadino, che subisce il gioco della moneta senza potervi
partecipare.
Non meno sprezzante è l'atteggiamento delle donne dell'aristocrazia, che
spesso si elevano al selezionatissimo olimpo dell'alta cultura; dal
Rinascimento all'Illuminismo abbondano le letterate e le artiste, le
studiose e le scienziate, le animatrice di salotti piú prestigiosi delle
università.
Per loro, la cultura popolare, e le donne che la rappresentano, sono una
volgarissima congerie di superstizioni e di villana rozzezza.
Dame e mercantesse si ritrovano nei palchi eretti sulle piazze per assistere
allo spettacolo delle streghe bruciate vive, e applaudono piamente alla
severità dei magistrati contro quelle donnacce che offendono l'intero sesso
femminile.
La raffinata e sensibilissima marchesa di Sevigné, scrivendo con la sua
celebre raffinatezza alla sensibilissima contessa di Grignan sua figlia,
descrive dettagliatamente il supplizio al quale ha assistito, conversando
con la migliore società stipata nel palco, della Voisin, la strega parigina
condannata a morire a fuoco lento perché ha rifiutato di convertirsi; e si
fa beffe dell'unico spiraglio di umanità offerto alla condannata dai
soldatacci del corpo di guardia che la ubriacano perché possa sentire meno
le atroci, lunghissime sofferenze.
Le dame dell'alta cultura non pongono il problema dell'emancipazione
giuridica della donna: sono già emancipate di fatto, in ogni senso, e
tendono piú a realizzare la loro parificazione personale con gli uomini
dello stesso livello che a occuparsi delle altre donne.
Il problema viene posto invece dalle borghesi del mondo degli affari, piú
legate alla realtà produttiva e ai meccanismi economici, e piú consapevoli
degli aspetti politici della loro posizione.
La creazione degl'istituti parlamentari in Inghilterra stimola le donne
della borghesia in espansione, intraprendente e sicura di sé, a lottare per
una partecipazione al potere.
È vero che il passaggio dall'impresa mercantile e manifatturiera all'impresa
industriale, grazie alla rivoluzione tecnica, tende a respingere le mogli
degli imprenditori nell'inattività e nel parassitismo: il capitàno
d'industria è meno incline del mercante ad associare la moglie alle sue
imprese, perché gli occorrono collaboratori specializzati e tecnicamente
preparati a far funzionare e migliorare le macchine, e amministratori non
improvvisati.
Tuttavia il seme è gettato, e saranno le borghesi anglosassoni a impostare
le rivendicazioni femministe sul piano giuridico e politico.
Negli Stati Uniti le donne, non intralciate da un'aristocrazia semifeudale
ancora potente in Inghilterra, sono nel diciottesimo secolo le piú avanzate.
Le mogli dei proprietari terrieri, dei commercianti e imprenditori di
origine anglosassone partecipano attivamente alle lotte per l'indipendenza
nazionale ponendo con forza la questione della parità giuridica con gli
uomini.
Abigail Adams, moglie del primo vicepresidente e secondo presidente degli
Stati Uniti, consegna al marito un documento firmato da un folto gruppo di
signore, in cui si dichiara che "se la futura Costituzione non consacrerà
un'attenzione particolare alle donne, noi siamo decise alla rivolta, e non
ci considereremo obbligate a osservare le leggi che non rappresentano i
nostri interessi".
Naturalmente "le donne" non comprendevano le serve e le schiave, le indiane
e le negre o comunque "colorate" o semplicemente non anglosassoni.
Qualche strega si bruciava ancora.
PADRONE E PROLETARIE
LA RIVOLUZIONE FRANCESE suscitò
speranze di liberazione tra le donne del popolo e gli schiavi delle colonie,
e quando il 5 ottobre 1789 un immenso corteo si riversò da Parigi a
Versailles per porre le sue richieste all'Assem blea Nazionale, una
delegazione di donne propose ai Costituenti di far propria una Dichiarazione
dei Diritti della Donna; ma come risposta ebbero solo una citazione di
Rousseau, secondo la quale non solo l'educazione delle donne, ma la loro
stessa esistenza, ha valore soltanto se l'uomo ne trae vantaggi e benefici.
Quelli che si ostinavano ad insistere su un tema cosí sgradito, come
Condorcet, Olympe de Gouges o Babeuf, finirono processati e ammazzati.
Sorte anche peggiore ebbero gli schiavi negri e mulatti accorsi dalle
Antille a Parigi al suono delle meravigliose parole, Liberté Egalité
Fraternité.
Furono riconsegnati ai piantatori loro padroni, che li assassinarono sulla
pubblica piazza con l'orrendo supplizio della ruota.
Come si potevano conciliare i principi della libertà e dell'eguaglianza con
quelli della proprietà sacra e inviolabile? Questa contraddizione del 1789 è
alla base di tutte le lotte civili ancora oggi.
Il codice napoleonico del 1804, abolito dalla Restaurazione e ripreso poi da
tutti i movimenti risorgimentali, era piú arretrato, per ciò che riguarda la
donna e la famiglia, dei codici dell'antica Roma.
Vi si ribadivano i principi della legge canonica, che la moglie deve
obbedienza al marito, che lo deve seguire e fargli amministrare i soldi, che
l'adulterio della donna è reato e quello dell'uomo no, che la donna non ha
capacità legale, che la patria potestas sui figli è solo dell'uomo ecc.
Tutte cose che conosciamo bene, dato che il codice napoleonico è quello cui
si è ispirato il nostro, e i correttivi sono recentissimi.
Solo riguardo al divorzio Napoleone fu di larghe vedute, in quanto stava
cercando di liberarsi legalmente di Giuseppina per sposare la figlia
dell'imperatore d'Austria.
L'affermarsi del sistema capitalistico segna un regresso della posizione
della donna, sia nella classe dominante che nel popolo.
Le mogli dei capitani d'industria, dei finanzieri, dei grandi controllori
del mercato e della moneta non hanno piú nessun rapporto di collaborazione
con l'attività dei loro mariti; anzi ne ignorano tutto e sono respinte in un
ruolo di mantenute di lusso.
Mentre le mercantesse e le direttrici di manifatture sono figure frequenti
nei secoli precedenti, sia a titolo personale che come collaboratrici dei
mariti, nell'800 la figura della donna d'affari è estremamente rara, per non
dire inesistente.
La maggioranza delle moglie nella prospera borghesia capitalista, si adagia
in una forma estrema di parassitismo sociale.
"Non hanno nulla da fare", scrive Mary Astell, "se non glorificare il
Signore e chiacchierare con le vicine".
In realtà facevano anche altre cose: c'erano le peregrinazioni di negozio in
negozio per gli acquisti, le sedute con le sarte e le parrucchiere, i pranzi
e i ricevimenti, gli adulteri con tutto il loro complesso rituale
vittoriano, le malattie misteriose e le sottili sofferenze spirituali che
fornivano inesauribili argomenti di conversazione.
La numerosa servitú le esentava dalle cure della casa e dei figli, che
passavano dalle balie alle istitutrici, ai collegi per fanciulle bene o agli
istituti per ragazzi destinati a comandare.
I padroni delle ferriere dovevano darsi da fare per far prosperare le loro
aziende in regime di concorrenza, e spesso lavoravano duro: chi traeva i
maggiori vantaggi dal profitto erano le loro signore, che spendevano senza
dover far nulla, servendosi del marito come fonte di denaro e di comodità,
non tentando nemmeno di capire come si costruiva la ricchezza che usavano.
Sorge il mito della "casa di bambola", della donnaoggetto che concentra le
sue scarseggianti facoltà sul come rendersi graziosa e piacevole, per
giustificare in qualche modo la sua esistenza.
Sarebbe interessante analizzare le cause di questa regressione civile e
culturale, legata ai nuovi modi di produzione, delle donne della classe
dominante.
Fu la conseguenza di un consenso, o di una sconfitta? Dai risultati, si
direbbe che le signore erano ben felici di fare le signore e puntellavano il
sistema e i valori che aveva indotto con un odio contro le classi
lavoratrici e un accanimento a difendere i propri privilegi che rasentava la
ferocia.
Per le donne delle classi sfruttate, il sistema capitalistico crea nuove
forme durissime di schiavitú, costringendole a lavorare nelle fabbriche in
condizioni disumane.
L'assunzione delle donne nella produzione industriale non fu dovuta né a
un'esigenza della società, perché vi erano sempre larghe riserve di
disoccupati, né a una richiesta delle donne stesse, per le quali, già
oberate dal lavoro domestico, andare in fabbrica costituiva un aggravamento
spesso intollerabile di fatica fisica; fu dovuta solo al freddo calcolo dei
signori del profitto, che volevano manodopera a metà prezzo, e la ottenevano
col ricatto della fame.
Donne e bambini si affollarono nei capannoni puzzolenti degli stabilimenti
tessili, in condizioni molto simili a quelli delle cave e dei pistrini
dell'antica Roma; forse un po' peggio, perché non risulta 30 dai documenti
che i romani avessero razionalizzato lo sfruttamento produttivo dei bambini
di cinque anni.
Fino al 1842 donne e bambini lavoravano anche nelle miniere, e l'orario di
lavoro fu ridotto a dieci ore soltanto nel 1847.
E il fatto che in parlamento si votasse una legge, non voleva dire che il
padronato l'applicasse realmente.
Nel mondo agricolo le trasformazioni portate dal capitalismo avvantaggiano
nei paesi industrializzati la grande e media proprietà, ma peggiorano le
condizioni dei lavoratori, che diventano salariati; le donne non possono piú
andare a far legna nei boschi, né far pascolare gratis il maiale o le oche
nei prati ora recintati e privatizzati, né avere un orto in cui coltivare i
fagioli e l'insalata; vengono confinate tra le quattro mura della casa, ad
arrovellarsi sul come far bastare la paga insufficiente per nutrire la
famiglia e non morire di freddo.
Tutto ciò che è necessario bisogna acquistarlo col denaro, e per far denaro,
per quanto poco, non c'è che andare in fabbrica.
Nei paesi poco industrializzati, come l'Italia, la stentata crescita della
borghesia, quasi tutta compradora e burocratica, aggiunge nuovi pesi e nuovi
vincoli sulle spalle dell'angariato contadino, senza eliminare i vecchi.
Le reazioni del brigantaggio, e la spietata repressione (furono ammazzati
piú contadini dallo Stato italiano, che non patrioti in tutte le guerre
contro l'Austria e i Borboni) erano il sintomo di una situazione
intollerabile.
Il femminismo si sviluppò nei paesi dove il codice napoleonico non era stato
adottato e dove l'industrializzazione era molto avanzata, come
l'Inghilterra.
La classe dirigente imprenditoriale, che proletarizzava una gran massa di
donne avviandole nelle fabbriche, doveva controbilanciare questo
peggioramento della loro condizione con gli accresciuti privilegi alle donne
della borghesia; cosí come nella politica coloniale privilegiava una
minoranza del popolo oppresso, e se ne assicurava il consenso, per poter
meglio opprimere la maggioranza.
Le associazioni femminili, che dall'inizio dell'800 sorgono a ritmo
accelerato in America e in Inghilterra, riuniscono esigui gruppi di donne'
dell'alta e media borghesia con privilegi culturali (la prima donna che
prese la laurea fu Elizabeth Blackwell, negli Stati Uniti, nel 1849), che
lottano per la conquista della parità con l'uomo all'interno della loro
classe, e all'uomo danno un valido aiuto per la stabilizzazione dell'assetto
capitalistico.
Il loro rapporto con le classi subalterne è paternalistico, puritano e
conservatore.
Le associazioni per l'abolizione della schiavitú non combattono il razzismo
né l'emarginazione degli ex-schiavi dalla produzione industriale; quelle,
numerosissime, con scopi pedagogico-educativi propongono per le lavoratrici
scuole di apprendistato organizzate con ferree discipline repressive e
sfruttamento di lavoro non retribuito; molte si occupano del recupero delle
classi basse alla virtú, con leghe della temperanza e della moralità delle
fanciulle; altre tentano d'impadronirsi dei deboli e incipienti sindacati di
lavoratrici, distogliendoli dalle generali lotte proletarie per usarli nel
movimento femminista: "Le donne delle classi superiori", scrive la sociologa
Gladys Meyerand a proposito della National Womens Trade Union League (Lega
americana dei sindacati femminili), "entrano nei sindacati per dirigerli ai
loro fini, che sono puramente educazionali e filantropici; assicurano alcuni
benefici alle operaie per impedire qualsiasi mutamento essenziale del loro
status".
In Italia, paese ancora scarsamente industrializzato, il femminismo era
praticamente inesistente, e giunse con molto ritardo anche nei salotti di
Milano e di Torino.
La questione femminile veniva posta invece con grande vigore dai movimenti
egualitari, derivati da Babeuf attraverso Buonarroti, che si contrapponevano
al filone carbonaro e massonico, 'riservato ai soli uomini.
Buonarroti indicava come obiettivo la "massima uguaglianza" in "roba, potere
e lumi" di tutti i cittadini, uomini e donne a pari titolo.
Mazzini, che in contrasto con lui dichiarava che "non vogliamo sovversioni
de' diritti legittimamente acquistati, non leggi agrarie, non usurpazioni di
proprietà" era di conseguenza, per ciò che riguarda la donna e la famiglia,
un conservatore: infatti esaltava dio e le mamme.
Garibaldi istintivamente e umanamente legato alle masse, suscitava una
coscienza di lotta anche tra le donne, come dimostrarono le popolane di
Brescia, di Milano, della Repubblica romana, le braccianti siciliane e
calabresi del 1860, quando in un primo tempo speravano che Garibaldi volesse
dire riforma agraria.
La borghesia prese il sopravvento, e il Meridione fu consegnato agli
occupanti piemontesi.
Tuttavia Garibaldi fu il solo, tra i capi storici del Risorgimento, a
mostrare sensibilità per la questione femminile, e i suoi curiosi e prolissi
romanzi, come Clelia, nei quali sfogava ciò che in pubblico non poteva dire,
sono un attacco diretto alla ideologia che schiavizzava la donna; non per
nulla aderí alla Prima Internazionale e alla Comune di Parigi, primo
luminoso esempio di democrazia moderna e di parità tra uomo e donna.
Mentre l'editto d'Alcamo di Garibaldi suscitava tra i braccianti meridionali
moti e speranze, e s'innescavano i primi scioperi nelle industrie
dell'ex-Regno delle Due Sicilie, cominciano nel biellese le agitazioni degli
operai e delle operaie delle industrie tessili, che esploderanno nello
sciopero generale del 1863.
Le manifestazioni di protesta contro la tassa sul macinato, con le donne in
prima linea, dilagano un po' in tutta Italia, e vengono represse con
ferocia: 257 morti, 1099 feriti, 3788 arrestati.
Fin dal loro inizio le lotte proletarie in Italia presentano forti elementi
di autonomia, e non sono puro riflesso dello sviluppo capitalistico, né
seguono passivamente le leggi del mercato e la disciplina politica; ma si
costruiscono sull'autocoscienza delle condizioni di lavoro e dei bisogni,
coinvolgendo piú che altrove le donne e aggregando contadini e operai (che
sono ex-contadini o ancora in parte contadini).
La volontà, sia pure 32 embrionale, d'indipendenza dalle leggi e dalle
vicende del capitale, è l'avvio alla formazione di una classe lavoratrice
separata e cosciente della sua separazione.
Da una prima fase luddista, di resistenza all'industrializzazione e alla
meccanizzazione, in quanto gestite dal capitalismo sulla base del profitto e
di piú duro sfruttamento, si sviluppa l'aspirazione a gestire in proprio i
progressi meccanici e industriali, che consentono favolosi aumenti di
produzione.
Negli ultimi tre decenni dell'800 comunardi e socialisti internazionalisti,
che hanno scelto nella Prima Internazionale la linea anarchica di Bakunin,
suscitano in Italia sporadici tentativi insurrezionali e una serie di
attentati contro esponenti del potere statale; ma il distacco dalla pratica
sociale di massa li destina al fallimento.
Tuttavia la loro coerenza morale e la loro intransigenza ideologica contro
le colonne portanti dello stato capitalistico, grande proprietà e monarchia,
esercito e Chiesa, stimolano il maturare della coscienza di classe e
rimarranno presenti anche nelle prime organizzazioni ispirate al marxismo.
1 socialisti internazionalisti hanno delle posizioni molto nette riguardo
alla liberazione della donna, derivate direttamente dal babeuvismo.
L'attacco frontale al patriarcato, padre-padronepadreterno, viene portato
avanti con una chiarezza che il susseguente riformismo, da Turati a
Berlinguer, non ha saputo o voluto fare proprio: mentre per le masse
femminili era il punto focale della presa di coscienza.
Le famiglie socialiste che rifiutavano il matrimonio sacramentale in chiesa,
o anche qualsiasi tipo di matrimonio, che non battezzavano i figli e
facevano i funerali con le bandiere rosse e i canti rivoluzionari al posto
delle giaculatorie del prete, erano famiglie di tipo nuovo, profondamente
mutate nei rapporti interni tra uomo e donna, tra genitori e figli.
E le donne erano in prima linea nelle lotte per la loro classe.
Dagli scioperi delle filatrici di canapa a domicilio o di salariate tessili
del comasco e del biellese nel 1876, a quelli delle braccianti nel
mantovano-ferrarese e in Romagna e delle risaiole in tutte le regioni del
Nord nel 1886; dai tumulti per la tassa sul macinato a Roma, Ancona,
nell'alto milanese nel 1888, alla costituzione della Società delle Sorelle
del Lavoro a Varese nel 1889, alle manifestazioni contro la guerra d'Africa
a Bologna e a Roma, alle donne di Misterbianco di Catania che incendiano il
municipio nel 1891; dai fasci siciliani (di cui uno tutto di donne a Piana
dei Greci) alla casalinghe che nel '96 fermano i treni militari in Lombardia
e liberano gli arrestati a Milocca, ai moti per il pane con barricate e armi
di fortuna a Bari, Foggia, Napoli, Chieti, Rimini, Ancona, Macerata,
Firenze, le lavoratrici italiane maturano nelle lotte i temi della loro
liberazione e della liberazione di tutti gli sfruttati.
L'epoca giolittiana vede una massiccia ripresa dell'emigrazione, che
influisce profondamente sulla condizione della donna.
Tra il 1901 e il 1914 partirono quasi quattro milioni d'italiani (la
popolazione era allora circa la metà di quella d'adesso), soprattutto dal
Meridione ma anche dall'Italia centrale e dalle zone depresse del Nord.
L'altra soluzione che il capitalismo offre ai disoccupati è la guerra
coloniale, e le donne socialiste sono all'avanguardia delle manifestazioni
contro la spedizione in Libia, che darà solo morti e sabbia.
I militari di professione non brillano nelle guerre di conquista, ma nella
guerra interna contro i lavoratori sí: gli eccidi di operai e di contadini
sono una componente normale del concetto borghese di ordine pubblico.
L'elenco delle donne uccise negli scontri o chiuse in carcere non è stato
ancora fatto.
Per contro, le donne della classe dominante (e di quella parte della piccola
borghesia, enormemente dilatata con l'assetto capitalistico, che tende ad
imitarle) sono, nel complesso, tra le piú arretrate d'Europa, e i guasti
portati dal diritto canonico sono ancora piú che evidenti.
È una classe dominante particolarmente eterogenea, nella quale si
sovrappongono e convivono epoche storiche che si perdono nella notte dei
tempi; c'è ancora il latifondo assenteista con le sue milizie private, il
diritto dell'uomo di ammazzare la donna adultera e di bastonare i figli fino
a renderli storpi, le decime ai preti e le corvées feudali, famiglie di
poveri che vivono nelle grotte come nel paleolitico o in capanne di fango e
paglia come nella prima età del bronzo.
Salvo che nelle regioni un tempo amministrate dall'Austria, le donne sono
per lo piú analfabete, anche quelle dei ceti privilegiati: se pure hanno
imparato a leggere e scrivere nei collegi diretti dalle suore, ricadono in
un analfabetismo di ritorno per la totale mancanza d'interessi culturali.
Le intellettuali sono numericamente pochissime, anche se sono quelle di cui
si parla di piú.
L'educazione cattolica per le donne vige anche nelle famiglie liberali, e il
parassitismo accomuna le mogli dei nuovi capitalisti e quelle dei vecchi
proprietari terrieri.
Le piú audaci leggono D'Annunzio e propugnano la libertà sessuale, il che
non le rende meno reazionarie di prima, o fanno le crocerossine applaudendo
freneticamente il militarismo colonialista di Crispi.
La maggior parte delle donne della piccola borghesia, disagiata e frustrata,
invece d'individuare la causa del loro disagio nella classe dominante,
vengono indirizzate a scegliere come modello le signore, e a nutrire come
massima ambizione quella di diventare come loro, di somigliare il piú
possibile alle donne dei ricchi, di assimilare i loro miti: l'unica via,
naturalmente, è di sposare un uomo ricco, o capace di fare carriera.
Il loro odio verso le avanguardie socialiste è l'odio di chi vede prendere a
martellate il suo oggetto piú caro, distruggere il sogno dorato di pellicce
e gioielli, di stuoli di cameriere e di elegantissimi cavalieri; queste
fantasie sono l'unica evasione loro concessa dalle miserie quotidiane, e le
difendono accanitamente, alimentando una precisa scelta di classe.
È in questa parte della popolazione femminile che il fascismo trova consensi
e appoggi, piú ancora che tra gli uomini.
E non diversamente, in questo dopoguerra, vi troveran34 no consensi e
appoggi la monarchia e la Democrazia cristiana.
Esaminare i meccanismi del consenso di una parte notevole di donne al
fascismo, come alla Controriforma del XVII secolo, è un lavoro appena
iniziato, ma certamente necessario per capire in quale realtà ci muoviamo
oggi in Italia, e come possiamo agire per trasformarla.
Sono momenti storici di massima degradazione della donna, che si fondono nel
1929 col patto tra fascismo e Vaticano dell' 11 febbraio; il 13 febbraio il
papa, parlando all'università cattolica di Milano, dichiara che "ci voleva
un Uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un Uomo che
non avesse le preoccupazioni della scuola liberale.
.
.
"; il 24 marzo, con l'entusiastico appoggio delle organizzazioni cattoliche,
il "plebiscito" fascista proclama la "totale solidarietà degl'italiani nei
nuovi destini della Nazione, basata sull'ordine morale, politico, civile e
religioso dei patti del Laterano".
Dio, Patria e Famiglia, senza preoccupazioni liberali.
In realtà, quel giorno centinaia di migliaia di italiani sono in carcere o
trattenuti nelle questure e nelle caserme, e sugli altri pesa il ricatto
della violenza squadristica, della persecuzione poliziesca, del
licenziamento dal posto di lavoro; ma l'indagine sulla realtà della
resistenza popolare al fascismo si viene ancora facendo.
Dell'antifascismo delle donne si conoscono solo i dati piú clamorosi, le
carcerate, le confinate, le scioperanti delle risaie piemontesi e delle
officine tessili lombarde e venete del '27, dei cotonifici di Legnano e di
Busto del '31, le casalinghe nelle manifestazioni di disoccupati a Torino
nel '30, in Puglia nel '32 ecc.
Ma tutto il contesto sotterraneo che rendeva possibili queste esplosioni, la
vasta rete di solidarietà popolare su cui si baserà la Resistenza armata,
con le donne come elemento centrale, richiede ancora uno studio documentato
e complessivo.
La questione femminile, all'interno della Resistenza, progredí
autonomamente, per le situazioni di fatto che si erano create e che
imponevano comportamenti diversi; non per merito delle forze politiche che
la dirigeva no.
I comunisti, ossequienti all'Unione sovietica e al Comintern, ripetevano con
scarso senso critico le parole d'ordine del III congresso della Terza
Internazionale: mobilitare le donne nella lotta contro il fascismo, ma
negare che esistesse ancora una "questione femminile", in quanto le donne
sovietiche l'avevano già risolta e bastava imitarle; il che (come sapevamo
in parecchi) non corrispondeva a verità.
Lo stesso Lenin, paragonando la donna a un bicchiere al quale l'uomo vuol
bere per primo, non aveva avuto un'espressione felice; e la
burocratizzazione successiva aveva respinto la famiglia nei ruoli
tradizionali.
Il partito socialista tramandava teoricamente il suo patrimonio di lotte
iniziali per l'emancipazione della donna, ispirate a Bakunin non meno che a
Marx; ma il riformismo aveva sommerso la sua forza di contestazione contro
la famiglia borghese.
Nel Partito d'Azione, movimento nuovo sorto durante l'esperienza fascista,
c'era un po' di tutto, dai radicali borghesi ai socialisti rivoluzionari; e
nella gran discussione politica che si faceva al suo interno, c'era posto
persino per posizioni di estrema sinistra: si poteva porre la questione
femminile con energia, senza venire azzittite da una risposta burocratica o
paternalistica dei dirigenti.
Tuttavia rimaneva sempre un tema secondario, e non si riusciva a portarlo in
primo piano.
Durante la Resistenza, una donna poteva, se era abbastanza matura e decisa
ad affermare la sua parità con l'uomo, realizzarla completamente; ma spesso,
proprio perché non riusciva a superare le sedimentazioni interio rizzate da
secoli, si adattava a un ruolo subalterno che gli uomini accettavano, anche
se non lo imponevano, per comoda consuetudine piú che per volontà
autoritaria.
Mi è capitato piú volte di sentire nel vivo della lotta, donne che si
lamentavano dei comportamenti patriarcali degli uomini nei loro confronti.
"Perché non hai protestato, perché non gliel'hai detto?" chiedevo io.
"Mah..", non sapevano rispondere.
"Andiamo a dirglielo", insistevo; "vedrai che capisce".
Infatti era sempre cosí.
Posto di fronte a una critica politica, il compagno riconosceva la sua
incoerenza, ed era anche contento di liberarsene, almeno come prima
reazione.
Ma la maggior parte delle donne, uscite di colpo dal chiuso della vita
domestica al campo aperto degli scontri generali, non potevano aver
acquisito gli strumenti ideologici per padroneggiarne tutti gli aspetti; e i
partiti, che glieli avrebbero dovuti fornire, non solo non lo facevano, ma
spesso agivano in senso nettamente contrario.
Le poche conquiste fatte dalle donne nella Resistenza, sia nei confronti
della famiglia che della società, furono conquiste autonome, frutto di
condizioni e di esperienze concrete; e arricchirono il movimento popolare di
caratteri e valori umani e morali, come l'assoluto disinteresse, l'assenza
di calcoli di potere per il dopo, la semplicità antiretorica del senso di
giustizia, la generosità dei sentimenti, la modestia che fece sembrare
naturale non chiedere riconoscimenti, né cariche, né lodi, rientrando nella
vita quotidiana come se anche il tremendo sforzo della guerra fosse stato un
aspetto dei quotidiani doveri.
I primi vent'anni dopo la Liberazione non sono favorevoli ai giovani e alle
donne.
La vecchia classe dirigente, industriali e proprietari terrieri, burocrati e
magistrati, dominano ancora la scena politica, e i partigiani vengono
espulsi dalle forze dell'ordine.
Nelle sinistre la direzione dei partiti e dei sindacati viene delegata ai
padri della patria, gli anziani e gli adulti che hanno fatto la Resistenza,
e i giovanissimi, che per ragioni di età la Resistenza non l'hanno fatta,
vengono trattati con paternalistica condiscendenza, e non viene loro
concessa nessuna autonomia.
Le madri della patria, medaglie d'oro e d'argento, poche vive e molte alla
memoria, vengono portate in palma di mano ed esibite in tutte le cerimonie
tra garofani e bandiere rosse; ma pochissime entrano in parlamento, nessuna
nelle direzio36 ni dei partiti e dei sindacati, quasi nessuna nei comitati
centrali; alle partigiane e alle staffette che partecipano alle sfilate
viene messa al braccio una fascia d'infermiera, per ricondurle a un ruolo
meno disdicevole alla loro femminilità.
Dio, Patria e Famiglia è ancora il motto della Repubblica che dovrebbe
essere fondata sul lavoro e sull'antifascismo, e i dirigenti socialcomunisti
si affannano a dimostrare, senza peraltro convincere affatto i loro
avversari, che non sono dei senza-Dio, senza-Patria e senza-Famiglia.
La storia non si fa coi se, e si potrebbe discutere a lungo se lo zelo
perbenistico delle sinistre non fu eccessivo anche in quel periodo
caratterizzato dal ricatto della fame e dal gioco delle alleanze che ci
legava al carro americano.
Ma certo, dal punto di vista dell'emancipazione femminile, fu un disastro.
L'unica grande conquista fu il voto, che oramai non si poteva più negare a
nessuno, ma la mancanza di una linea politica di contestazione riguardo alla
religione e alla famiglia fece si che la maggioranza delle donne, comprese
molte mogli di compagni di sinistra, votassero a destra.
Le donne e i giovani piú politicizzati vennero bloccati in organizzazioni
subalterne, senza poteri decisionali.
I movimenti di massa vennero riassorbiti e inquadrati, e ai braccianti
meridionali che occupavano le terre fu offerta la soluzione giolittiana
dell'emigrazione interna ed esterna.
Gli operai non ottennero i consigli di gestione di cui si era parlato
durante la Resistenza, o non se ne poterono servire per trasformare le
relazioni aziendali.
I modi e i rapporti di produzione erano cambiati ben poco dall'unità
d'Italia in poi.
Le grosse novità vennero negli Anni Sessanta, col boom consumistico da una
parte, e dall'altra con le guerre di liberazione dei popoli colonizzati, che
strappavano la maschera all'imperialismo economico-militare.
Nella seconda guerra mondiale, le potenze occidentali avevano sorvolato con
un elegante volteggio la questione coloniale: negri, algerini, pakistani
erano stati mobilitati per difendere l'indipendenza e la libertà dei popoli
europei contro la furia hitleriana; ma quando accennavano al fatto che
avrebbero voluto l'indipendenza e la libertà anche a casa loro, venivano
messi al muro e fucilati.
L'Italia si era salvata dalla sindrome colonialista in quanto era ovvio che
avrebbe perso comunque tutte le colonie, frutto delle guerre fasciste; ma
aveva dei grossi problemi di colonialismo interno, date le tradizionali
sperequazioni di livelli economici e produttivi tra le varie regioni.
Il grande terremoto della Rivoluzione d'Ottobre aveva dimostrato che le
masse possono vincere contro la classe dominante, e che
l'industrializzazione si può fare al di fuori del sistema capitalistico; e
il capitalismo era corso ai ripari, isolandola per trent'anni e
costringendola a gravissime involuzioni, mentre elaborava nuovi metodi di
difesa, dal fascismo al New Deal.
Ora c'era la Rivoluzione cinese, la prima vittoria rivoluzionaria non
europea, di un popolo che aveva visto scritto sulle cancellate delle
concessioni europee sul suo proprio territorio: "Vietato ai cani e ai
cinesi".
E oramai in tutti i continenti fiammeggiavano i focolai di rivolta,
saltavano sulla scena della storia i senza-storia, i non-esistenti per la
civiltà, i mai-calcolati nelle risse dei potenti per la spartizione del
mondo.
Uomini e donne.
La lotta anticoloniale stimola piú di ogni altra la partecipazione delle
masse femminili perché non pub essere riformista (a meno che non voglia
barattare il vecchio colonialismo col neo-colonialismo) e si scontra
frontalmente sia con la cultura imposta dall'occidente che con quella
tradizionale autoctona che ha portato alla schiavitù: lotta contro
l'imperialismo occidentale, ma anche contro Confucio, o il tribalismo.
La novità è che, se pure sopravvive ancora, e con considerevoli poteri,
l'eredità del passato - l'accumulazione di rapina, lo sfruttamento e la
violenza che ne deriva, il razzismo etnico e sociale, la degradazione e la
distruzione di essere umani e del territorio necessario alla loro vita -
questi fenomeni non vengono piú subiti passivamente, come bagaglio di
sofferenze imposte da una legge trascendente la nostra volontà, e alle quali
bisogna rassegnarsi.
Oramai la diffusa consapevolezza che sono gli uomini (le donne) a costruire
la loro realtà, e che gli uomini (le donne) hanno il potere di modificarla,
ha messo in movimento tutte le masse del pianeta; e anche dove sono
costrette, con la violenza o con la persuasione dei mass-media, a sopportare
umiliazioni e subordinazione, non accettano piú la loro condizione come
stabile o addirittura naturale, ma si preparano a rovesciare il rapporto di
forze.
Le "leggi naturali" e le "leggi divine", inventate dal potere per bloccare i
subalterni nelle loro catene, non convincono nemmeno i ragazzini al di sotto
dei dieci anni.
Le rivoluzioni accese in ogni continente negli ultimi decenni accumulano
esperienze via via piú mature sui metodi per organizzare piú razionalmente
la produzione e la società, non per decisione di pochi, ma col concorso di
tutti.
E la novità piú grande è l'irruzione delle masse femminili nelle lotte, con
tutto il vigore e la rabbia di chi ha subito le più lunghe umiliazioni:
l'esplosione contestatrice delle lavoratrici manuali, dalle casalinghe di
tutti i ceti alle contadine alle operaie, è la più significativa e
determinante per l'abbattimento degli schemi tradizionali.