UNA VITA CONTRO

Registrazione del primo semestre 1994

 

Allora, Joyce, il registratore è acceso.

Bene. Cominciamo, allora. Da dove vuoi cominciare?

Ho una scaletta. Cosa dici, rispettiamo la scaletta?

Qual è la prima domanda?

Be’, pensavo di cominciare dall’inizio. Io so che tu sei nata a Firenze, hai un nome inglese, un cognome sardo e da vent’anni sei tornata a vivere qui, nella tua vecchia e bella casa chiamata san Tommaso, nelle Marche.

Il mio nome da ragazza è Gioconda Salvadori, e io sono nata a Firenze nel 1912, da genitori libertari di origine marchigiana che avevano rotto in modo definitivo con le loro famiglie d’estrazione aristocratica e terriera.

Noi della famiglia eravamo in cinque: mio padre, Guglielmo Salvadori, mia madre Giacinta Galletti, mia sorella Gladys – la più grande di noi ragazzi – mio fratello Max, e io. I miei genitori s’erano sposati nel 1902. Mia madre era nata il 26 dicembre del 1876, mio padre, invece – detto Willie, all’inglese – era nato tre anni più tardi di lei, nel 1879. Gladys è nata nel 1906, e Max due anni più tardi. I nomi di noi figli erano ancora inglesi, in memoria delle antenate. Le mie nonne erano inglesi: la madre di mio padre si chiamava Ethelin, l’altra, invece, si chiamava Margaret, era una scrittrice, e nel 1873, a ventisette anni, aveva trasportato i suoi penati da una confortevole casa di Londra a una diroccata dimora di campagna posta in un angolino delle Marche meridionali, per andare in sposa ad Arturo Galletti, un ex ufficiale garibaldino che aveva combattuto a Custoza e Mentana.

Quanto al mio cognome sardo, dopo dieci anni di peripezie, inseguimenti e vita clandestina con Emilio Lussu – sui nostri documenti falsi il cognome di noi finti coniugi era Raimondi – ho sposato, nel 1944, il mio compagno di tutta una vita, uno scapolo che sarebbe sempre rimasto tale: Emilio, appunto. Un antifascista sardo di cui noi più giovani avevamo sempre sentito favoleggiare, soprattutto per via della sua rocambolesca e avventurosa fuga dal confino di Lipari, nel 1929. Quando pochi anni dopo cominciai a cercarlo, in giro per l’Europa, dovevo consegnargli un messaggio segreto che mi era stato affidato dai compagni di Giustizia e Libertà. Questo messaggio era custodito all’interno del manico di bambù della mia valigia di fibra. All’epoca, l’Emilio Lussu che cercavo io si chiamava Mister Mill, e su tutta l’Europa incombeva già la lunga tenebra delle dittature nazifasciste.